"Il grande Talk" è un programma di analisi della settimana televisiva trasmesso il sabato mattina alle 7 su rai 3, che viene registrato da mio fratello e poi visto dall’intera famiglia al mio ritorno da scuola. Durante la visione del programma si può capire la psiche di ogni componente della famiglia Flanders osservandolo nel confronto con gli altri: mamma e fratello Flanders discutono animatamente, papà Flanders si addormenta, io vado spesso in bagno. Ma non vi voglio parlare di questo. Il fatto è che settimana scorsa, a "il Grande Talk", hanno mostrato lo spot della tv svedese in cui prendevano il cattivo esempio del controllo televisivo del nostro premier sulla programmazione italiana per pubblicizzare la libertà del loro servizio nazionale. Lo spot è fatto di immagini di Berlusconi e di programmi mediaset con delle scritte che scorrono in cui si dice "il presidente del consiglio italiano tiene sotto controllo il 90% della programmazione della tv italiana – grazie a una massiccia campagna elettorale, sfruttando le sue televisioni, vince le elezioni" ecc. Come sottofondo, lo strimpellìo di un mandolino che esegue una celebre canzone napoletana (di cui non ricordo il titolo). Tutto molto inquietante. Sabato pomeriggio ho visto questo spot e sono tre mattine che mi sento perseguitata dall’immagine di Berlusconi. Roba che cammino rasente ai muri e evito di voltare le spalle a stanze buie per paura di un assalto.
Dovrebbe bastarmi un documentario sulla riproduzione delle vedove nere per scacciare il fantasma del cavaliere, ma solo il suicidio potrebbe togliermi dalla mente l’immagine di due…ragni…che copulano… Oddio che schifo…Bleah…
Laura strofinava le labbra l’una con l’altra ascoltando un morbido Jamiroquay, "Space Cowboy". Le faceva scivolare dopo averle coperte di numerosi strati di burrocacao, pensando a quanto le vorrebbe un po’ più accentuate. Era il suo passatempo preferito in attesa di arrivare alla fermata vicina a casa sua, seduta sul posto destinato agli obesi. Si sedeva appoggiando la schiena al finestrino, il piede destro sulla seggiola e lo zaino semivuoto stretto al petto. Poi curvava il collo quasi da cigno e volgeva lo sguardo verso la strada, seguendo le macchine che andavano più veloci dell’autobus. E intanto muoveva le labbra, quasi volesse baciare se stessa.
Io lo so perché non riuscirò mai ad avere un orgasmo con i controcazzi. Perché nessun uomo mi toccherà mai come la shampista di Jean Louis David. Ah…quelle dita tra i miei capelli bagnati e pieni di shampoo…
Comunque andare dal parrucchiere è più antidepressivo di 15 gauffres con la nutella sopra.
Che poi io ieri sono tornata a casa. Ho dormito dalle 10 alle 19 e dalle 20.30 alle 22. Poi occhi fissi sul soffitto fino alle 4. Oggi sono totalmente rincoglionita.
E non volevo tornare. Non tanto perché mi sia innamorata di New York, perché ,personalmente, non mi sono neanche resa conto di esserci andata. Ma perché non volevo ritornare qui. Perché là ho avuto tempo di pensare ,ma non abbastanza per trovare delle soluzioni. Per cui tutto sarà identico a prima. Tranne un nuovo soprannome. Per il resto niente di nuovo su nessun fronte.
Con la rabbia e la gioia nel cuore, con la voglia che le cose cambino, o almeno tornino come prima, con la moleskine nuova di pacca, pronta per essere riempita io vi saluto e parto per New York sperando che questo viaggio non sia la solita gita.
Pensatemi ogni tanto con tanta, ma tanta, invidia.
Caro commesso del negozio di vestiario da boarder (che per praticità chiamerò come il negozio, Pedro), ieri pomeriggio sono entrata nel tuo negozio in cerca di un paio di scarpe resistenti alla neve e al freddo, ma non avrei mai pensato di trovare l’amore. –E sinceramente neanche di trovare le scarpe- Pedro, io ho ancora nel cuore e davanti ai miei occhi ogni tuo singolo movimento e ogni singolo dettaglio del tuo corpo. Hai la pelle del viso liscia, gli occhi scuri e i capelli improponibili tenuti a bada da un cappellino nero. Mia madre dice che tu sia biondo, ma io lo so che sei castano chiaro. La tua felpa nera copriva la poca carne che rivestiva il tuo scheletro. E una fascia copriva il tuo polso ferito. Il tuo sorriso mi ha abbagliata col suo candore da White Strip. "Che numero porti?" mi hai domandato, dentro al tuo personaggio da commesso. Ma voglio dirti che da me non potrai avere solo il mio 40. No. Posso darti il mio numero di cellulare, il mio numero civico, il mio c.a.p. Le 10 dita delle mie mani e le 10 dei piedi. I 32 denti nella mia bocca, anche i denti del giudizio appena mi crescono. La 2° -e mezza- di seno. Il numero non ben precisato di nei che ho sul corpo. Le 4 cicatrici sulle ginocchia. I 35 gradi di temperatura media del mio corpo. Quelle migliaia di capelli che ho in testa. Ti posso dare tutto quello che vuoi. Ma mi hai chiesto solo il numero di scarpe. E 80 €.
Pedro, non so quando riuscirò a rivederti. Ma una cosa la so. La prossima volta, vedrò di innamorarmi di un commesso di H&M.
La vita è troppo breve per ballare con uomini brutti.
Tira fuori gli oggetti dal forno con le presine.
Non mettere magliette fighe per mangiare al cinese, tanto ti si macchieranno.
Impara a convivere con la tendinite da ballerine.
I'm a rainbow too.