|
||
|
|
||
|
domenica, 25 maggio 2008 Era la grigia giornata di maggio in cui l'Inter ha vinto il campionato (sono milanista), Valentino Rossi ha vinto la moto gp (mi è antipatico da sempre) e in cui non sono riuscita a seguire la scelta del Cumenda a Buona Domenica perché ero al telefono a fare i complimenti alla Ste per lo scudetto, da brava ragazza sportiva (è tornato con Elena? Si è messo con quella che a ogni puntata le aumenta il volume delle labbra? Qualcuno me lo dica!). In più pioveva, ma mi sono comunque vestita e sono uscita per andare a messa, ascoltando il podcast di Macchiaradio. Il mio livello di cattolicità era, su una scala da 0 a 100, tra il 2 e il 3, ovvero pendevo pericolosamente verso il buddismo, che non ha la menata della messa alla domenica. I giovani tamarri delle giostre in tenuta da curva riempivano i marciapiedi, con i bandieroni attaccati ai motorini, parcheggiati sotto la pioggia, mentre i proprietari aspettano uno spiraglio di luce riparandosi sotto i balconi, prima di unirsi al coro di clacson delle automobili. Girai l’angolo e passai di fronte alla scuola media che è seggio elettorale, ma non il mio, probabilmente perché casa mia è alla medesima distanza da questa scuola e un'altra (circa 5 minuti a passo Travolta in “La febbre del sabato sera”), per cui nell’indecisione hanno deciso di assegnarci a una elementare distante un quarto d’ora sempre al passo di cui sopra. Per un tick dovuto alla visione quotidiana di Studio Aperto, ho il vizio di spostare in continuazione la mia borsa, rigorosamente a tracolla (perché così se tentano di scipparmi da un motorino, io cado a terra e mi spacco tutta la faccia, ma non avrete mai la mia borsa bastardi!), in avanti, in modo da averla sempre se non sotto gli occhi, per lo meno che mi sia di intralcio così da sapere che c’è; è raro che la mia borsa superi la metà del mio fianco. Per cui, quando davanti al campetto dell’asilo dell’oratorio sentii la borsa spostarsi, afferrai il manico per risistemarla. Ma quando sentii che pur tenendo fermo il manico, la borsa continuava ad arretrare mi fermai a controllare che non si fosse incastrata in qualcosa. La borsa era aperta e sgusciò fuori una mano. Io misi subito dentro la mia e mi girai dall’altra parte. Un bambino che mi arrivava a malapena al gomito, con dei baffi incredibilmente folti per la sua età, che quantificherei tra i 6 e i 10 anni, mi guardava e emise un suono che tradotto in parole poteva essere un “eh già, pare proprio che sia così”. Io sono facilmente impressionabile, per cui mi sono pietrificata un po' dallo spavento di trovarmi una mano non mia nella borsa (me ne avevano già rubato una anni e anni fa, ma io stavo facendo altro, per cui mi resi conto solo a fatto ampiamente compiuto), un po' dai baffi davvero folti di questo bambino, un po’ perché non so come gestire una situazione di questo tipo. Il mio primo pensiero fu: “Lo perquisisco”, ma sentendo con la mano che tutto quello che era di un certo valore era in borsa scartai l’ipotesi. Pensai “Gli tiro un pugno”, ma non sapendo tirare pugni mi sarei fatta più male io di lui, e poi magari il padre lo stava guardando da lontano e poteva venire da me a tirarmi un calcio e lasciarmi lì, più morta che viva, senza neanche il burrocacao. Così sono semplicemente scappata via, il metodo a me più congegnale per affrontare ogni tipo di situazione problematica. Lo sapevate a che pensavo prima che la versione ristretta di Gino Cervi facesse quello che ha fatto? ”Metto gli auricolari facendoli passare da dietro la testa, li copro con i capelli così nessuno me li vede e io continuo ad ascoltare il podcast durante la messa.” Ora capite cosa vuol dire essere una Flanders? postato da Lilo |
16:26 | commenti (7)
sabato, 17 maggio 2008 In Polonia i mercati rionali ci sono e sono pieni di gente. Quello più grande di Wroclaw/Breslavia è su due piani: al piano terra vendono per lo più cose da mangiare, al primo piano tutto il resto che si può vendere. Papà Flanders, che per il suo metro e sessanta ha il passo lungo di un cestista, dirige il trenino formato da me e mia madre, che per il suo metro e cinquantotto ha il passo corto di Pisolo. Il primo piano del mercato è un gigantesco soppalco, quindi si guardano un po’ le vetrine e poi si guarda verso il basso cercando di individuare qualcosa di diverso dalle innumerevoli casse di cetrioli presenti nella maggior parte delle bancarelle. Su questo punto vorrei fermarmi un attimo. Quando si parla della Polonia e del cibo un sostantivo si staglia sopra tutti: verza. Nel caso fosse stato questo il motivo per cui non vi siete recati in quella ridente terra dell’est, sappiate che di verze non ce ne sono. Però ci sono cetrioli nelle insalate, nelle salse, da soli o in compagnia, a colazione – pranzo – cena, sui tram che cercano di rubarvi il portafoglio. Prendete le vostre precauzioni. La maggior parte dei negozietti su questo piano vendono ombrelli, secondi classificati i rivenditori di paccottiglie ornative di pessimo gusto, seguono i negozi di borse in pelle, penso di bisonte, animale nazionale a cui è stata dedicata una vodka, a base dell’erba che è solito mangiare(e sui cui cammina, amoreggia e probabilmente piscia pure – ve la consiglio accompagnata al succo di mela). Mentre io e mia madre lumiamo le borse in cerca di qualcosa non dico di raffinato, ma perlomeno di guardabile, mio padre continua dritto per la sua strada finchè non esclama “Ööööööh!” (mi raccomando, c’è la dieresi, quindi la bocca è a culo di gallina). Mio padre usa quel tono quando si trova di fronte a qualcosa che gli piace ma di cui ignorava l’esistenza o a qualcosa che potrebbe farlo molto ridere. Visto che io e mio padre ridiamo per le stesse cose (per i film di Woody Allen, le disgrazie altrui, le rotture accidentali di oggetti fragili, il dialetto romagnolo) mi avvicino e gli chiedo, guardandolo,“che c’è?”, poi mi sono voltata verso la vetrina. Ho visto Nightmare per puro caso a 9 anni, qualche volta il ciclo è arrivato in ritardo ( due, massimo tre giorni, che durano un’eternità), ho studiato tedesco alle superiori, insomma il terrore non mi è del tutto sconosciuto. Ma trovarsi di fronte un muro di piccole teche ognuna con all’interno la sua tarantola è stato decisamente troppo. Non mi sono soffermata per vedere quante fossero esattamente, ma erano abbastanza per innescare le due manifestazioni dell’aracnofobia: fuga e prolungata trafila di improperi. La fortuna di essere in un paese straniero mi permise di imprecare senza trattenermi più di tanto, particolarmente ricorrente era la frase “Ma in che cazzo di paese di merda si vendono taratole al mercato?”. Come sottofondo ai miei insulti, papà Flanders sbuffava a labbra serrate cercando di trattenere le risate. Mi dimentico sempre che una delle cose che fa ridere mio padre sono io, mentre io non mi trovo affatto divertente, soprattutto mentre mi piglio a manate sulle braccia pensando di avere delle ragnatele addosso. Per il resto è una bella città. postato da Lilo |
17:31 | commenti (9) |
|
*loading*
persone si sono bruciate le retine.
non
sentitevi obbligati ad usarlo |